6 Luglio 2003
Rettangolo.
Al fronte
imbraccio radio ed arma,
l’una nella spalla
in ascolto,
l’altra nella cintola
affilata e scura.
Nel rettangolo della notte
odo veglia e vocio,
tre anime in schiera
contendono
sedie riverse su tre lati,
dal quarto sorge una lama
simbolo e vaghezza.
Emerse dal dormiveglia,
svaniscono in astio,
il mattutino affiora
svelando ombre timorose
vana lega alla luce.
Tu annoti e attendi,
ritagli simboli,
incline all’essere
avvezza al vivere.
Manilo.
Sunday, July 06, 2003
Friday, June 27, 2003
27 Giugno 2003
Aspetto
Eppure aspetto
riverso
nel trono delle speranze.
Il capo chino
ciondola intorpidito,
aspetto
segnali vani.
Mi ridesto
sempre
ed il sogno è lo stesso,
volti i dì
passo
nel mestiere solitario
d’aspettare e sentire.
Disillusi e offesi
boccheggiamo esausti
nella riva e tra le acque
dalla vita in su
e cielo, cielo,
dalle braccia in giù.
Manilo.
Aspetto
Eppure aspetto
riverso
nel trono delle speranze.
Il capo chino
ciondola intorpidito,
aspetto
segnali vani.
Mi ridesto
sempre
ed il sogno è lo stesso,
volti i dì
passo
nel mestiere solitario
d’aspettare e sentire.
Disillusi e offesi
boccheggiamo esausti
nella riva e tra le acque
dalla vita in su
e cielo, cielo,
dalle braccia in giù.
Manilo.
Friday, May 23, 2003
23 Maggio 2003.
Falcone.
“Scusa”,
e l’asfalto tuona,
tutto s’azzera
il folgore acceca
e spazza via.
“Scusa”,
l’ultima parola,
poi un volo senza fine
d’una scheggia a morte.
Cristo umano Giovanni,
sospeso a morte.
Lo sguardo disperso
e un blocco motore nel ventre.
Attorno, terra, solco e fuoco;
fumo e polvere dell’attacco sferzato.
Rotea il capo, il pensiero si esaurisce
per sempre celato, e d’ora in poi donato.
Per ogni vicolo, a Capaci,
è indelebile il puzzo del tritolo,
e pervaderà in eterno l’eco del boato,
testimone il guardrail rosso maculato.
Manilo.
Falcone.
“Scusa”,
e l’asfalto tuona,
tutto s’azzera
il folgore acceca
e spazza via.
“Scusa”,
l’ultima parola,
poi un volo senza fine
d’una scheggia a morte.
Cristo umano Giovanni,
sospeso a morte.
Lo sguardo disperso
e un blocco motore nel ventre.
Attorno, terra, solco e fuoco;
fumo e polvere dell’attacco sferzato.
Rotea il capo, il pensiero si esaurisce
per sempre celato, e d’ora in poi donato.
Per ogni vicolo, a Capaci,
è indelebile il puzzo del tritolo,
e pervaderà in eterno l’eco del boato,
testimone il guardrail rosso maculato.
Manilo.
Monday, February 17, 2003
Lunedì, 17 febbraio 2003 - A: <>
Forse è troppo verde in me il ricordo dell'isola, la mia, che lentamente svanisce oltre la foschia di un mattino. Nei giorni precedenti sentivo sulla mia pelle i brividi e l'ansia di una città che stava per svanirmi sotto gli occhi. Ero impotente, non sapevo cosa fare, riempivo da tempo le ore d'un vagare confuso, ho agito quindi d'istinto e sono fuggito. Mi sono lasciato alle spalle tutto, letteralmente, perché era l'unico modo per uscire da una situazione asfissiante che avrebbe fatto tabula rasa di me e della mia indole.
Amo Palermo, la terra in cui ho condotto tante battaglie e che mi ha macchiato indelebilmente con il sangue che a rivoli è sgorgato da quegli uomini, nostri simili, trucidati barbaramente da mafia e Stato. Amo quelle luci, sempre troppo tenui e gialle, e quell'atmosfera ironicamente rarefatta che solo al sud, dislocato nei sentimente più che nelle geografie, si può ritrovare.
Vivo come un vecchio nostalgico delle sue origini, ma con la vitrea consapevolezza di esserne distante, fisicamente e mentalmente. Non so se farei mai più ritorno nell'isola a tre punte, quando si parte è meglio non guardarsi mai più alle spalle. Sarebbe un dolore troppo grande e gratuito.
Il mio viaggio, però, sembra appena iniziato, perchè sono partito dalla Sicilia ma non sono mai approdato da nessuna parte. Lo sai, <>, non sento il Veneto come mio, come la mia nuova patria, e continuo a vagare come in un limbo eternamente sospeso.
Quanti giorni ho pianto da solo, senza che nessuno se ne fosse mai accorto, quante volte mi sono chiesto dove stava il senso delle cose e se ho diritto di fare del male agli altri, come è successo.
Lo ribadisco ancora, mi sento inadeguato, raramente trovo affinità in qualcosa. Forse vivo di illusioni, che è un gioco a rilancio la cui posta presto diviene inaccettabile.
Manilo
Amo Palermo, la terra in cui ho condotto tante battaglie e che mi ha macchiato indelebilmente con il sangue che a rivoli è sgorgato da quegli uomini, nostri simili, trucidati barbaramente da mafia e Stato. Amo quelle luci, sempre troppo tenui e gialle, e quell'atmosfera ironicamente rarefatta che solo al sud, dislocato nei sentimente più che nelle geografie, si può ritrovare.
Vivo come un vecchio nostalgico delle sue origini, ma con la vitrea consapevolezza di esserne distante, fisicamente e mentalmente. Non so se farei mai più ritorno nell'isola a tre punte, quando si parte è meglio non guardarsi mai più alle spalle. Sarebbe un dolore troppo grande e gratuito.
Il mio viaggio, però, sembra appena iniziato, perchè sono partito dalla Sicilia ma non sono mai approdato da nessuna parte. Lo sai, <>, non sento il Veneto come mio, come la mia nuova patria, e continuo a vagare come in un limbo eternamente sospeso.
Quanti giorni ho pianto da solo, senza che nessuno se ne fosse mai accorto, quante volte mi sono chiesto dove stava il senso delle cose e se ho diritto di fare del male agli altri, come è successo.
Lo ribadisco ancora, mi sento inadeguato, raramente trovo affinità in qualcosa. Forse vivo di illusioni, che è un gioco a rilancio la cui posta presto diviene inaccettabile.
Manilo
Wednesday, November 20, 2002
mercoledì 20 novembre 2002 22.38 – A: P.
Oggetto: Parole lievi.
Oggetto: Parole lievi.
Nelle ultime settimane mi sono fatto una cultura accellerata sui tumori, l'uomo è fatto così, mostra interesse verso un problema quando questo lo riguarda direttamente. In una certa misura, è una forma di auto-protezione, data la quantità di tensione necessaria a tenersi aggiornati sui tanti mali che possono incombere. Quello che in vece è sicuramente negativo è il black-out dei media, nel migliore dei casi, se non l'informazione volutamente forviante. E' per questo che non credo alle campagne pro-ricerca contro il cancro e alla passerella degli "scienziati" di turno. Non credo alla buona fede della cosiddetta medicina ufficiale, e me ne dispiace. Attorno all'affare chemio ruotano cifre, quindi soldoni, da capogiro e le solite case farmaceutiche non mostrano la minima intenzione di perdere il loro potere.
Prima di andare a Bologna, all'arcinoto Rizzoli, mi avevano consigliato Aviano, idea che pian piano è stata accantonata data la maggior esperienza, almeno teorica, del primo. Per quello che sono riuscito a sapere comunque ad aviano si interviene in senso classico, quindi chemio o radioterapia, e per me, come ho scritto, è un argomento chiuso. Sono stati troppi i giorni in cui sono stato male, in cui sentivo scivolarmi addosso la dignità di uomo. Non auguro a nessuno di scendere al di sotto della soglia della propria dignità, altrimenti, ed è la mia personale idea, non ha senso neanche vivere.
Cercherò nel mio piccolo, ma con tutte le mie forze, di sollevare l'argomento tumore contro la diffusa e solida coltre d'indifferenza. Lo farò ogni giorno e ogni momento, con le parole, scrivendo, sul blog e altrove. E' quasi una missione la mia, che prescinde dal mio stato. E' una mano tesa, che da senso alla vita.
Da qualche anno scrivo abitualmente, con qualche piccola stasi fisiologica e molta passione. Non scrivo per mestiere, ed il mio profilo personale e professionale niente avrebbe a che fare con le parole. L'esigenza di scrivere, perché per me è tale, nacque dall'intento di comunicare quel groviglio di sensazione e sentori sigillati nella mente. Il linguaggio parlato non offre tali possibilità, ci si ferma all'evidenza, agli aspetti più immediati e meno profondi. Internet e la tastiera, mi hanno aperto un sipario inimmaginabile, la possibilità di far vivere i pensieri attraverso le parole, verso persone veramente interessate al mio spirito prima che alla mia fisicità. Non credere, però, che per me sia facile scrivere, a volte è
come un parto lungo e laborioso. Sono un artigiano della parola, che lima e smussa frase dopo parola nell'intento di far vivere righe e periodi. Per me le parole hanno vita e dignità, risplendono di luce propria. Noi abbiamo il dovere di rispettarle e non violentarle. Vanno usate le parole, per esprimersi, per produrre suoni. Poi vanno riposte lievi, senza strafare.
A presto.
Manilo
Prima di andare a Bologna, all'arcinoto Rizzoli, mi avevano consigliato Aviano, idea che pian piano è stata accantonata data la maggior esperienza, almeno teorica, del primo. Per quello che sono riuscito a sapere comunque ad aviano si interviene in senso classico, quindi chemio o radioterapia, e per me, come ho scritto, è un argomento chiuso. Sono stati troppi i giorni in cui sono stato male, in cui sentivo scivolarmi addosso la dignità di uomo. Non auguro a nessuno di scendere al di sotto della soglia della propria dignità, altrimenti, ed è la mia personale idea, non ha senso neanche vivere.
Cercherò nel mio piccolo, ma con tutte le mie forze, di sollevare l'argomento tumore contro la diffusa e solida coltre d'indifferenza. Lo farò ogni giorno e ogni momento, con le parole, scrivendo, sul blog e altrove. E' quasi una missione la mia, che prescinde dal mio stato. E' una mano tesa, che da senso alla vita.
Da qualche anno scrivo abitualmente, con qualche piccola stasi fisiologica e molta passione. Non scrivo per mestiere, ed il mio profilo personale e professionale niente avrebbe a che fare con le parole. L'esigenza di scrivere, perché per me è tale, nacque dall'intento di comunicare quel groviglio di sensazione e sentori sigillati nella mente. Il linguaggio parlato non offre tali possibilità, ci si ferma all'evidenza, agli aspetti più immediati e meno profondi. Internet e la tastiera, mi hanno aperto un sipario inimmaginabile, la possibilità di far vivere i pensieri attraverso le parole, verso persone veramente interessate al mio spirito prima che alla mia fisicità. Non credere, però, che per me sia facile scrivere, a volte è
come un parto lungo e laborioso. Sono un artigiano della parola, che lima e smussa frase dopo parola nell'intento di far vivere righe e periodi. Per me le parole hanno vita e dignità, risplendono di luce propria. Noi abbiamo il dovere di rispettarle e non violentarle. Vanno usate le parole, per esprimersi, per produrre suoni. Poi vanno riposte lievi, senza strafare.
A presto.
Manilo
Wednesday, September 18, 2002
(18 settembre 2002 - pubblicata it.arti.poesia)
RANGO
Un volo, ogni dì
scorgo e sorprendo
chino tra i miei pensieri,
furtivo e già vano
per non aver librato crespe l'ali.
L'orizzonte diniego
non certo lo slancio
e d'impeto mi vesto per sfuggire
al calcolo.
E' duro oggi lo
sguardo, e la nebbia
non fende al di la del rango.
Ombra
RANGO
Un volo, ogni dì
scorgo e sorprendo
chino tra i miei pensieri,
furtivo e già vano
per non aver librato crespe l'ali.
L'orizzonte diniego
non certo lo slancio
e d'impeto mi vesto per sfuggire
al calcolo.
E' duro oggi lo
sguardo, e la nebbia
non fende al di la del rango.
Ombra
Friday, August 30, 2002
Thursday, July 11, 2002
(Email dell'11 Luglio 2002)
TONFO
Non ricordo oramai, me ne scuso, e avrò a rimproverarmene per quei secoli intrisi di milioni di istanti che separano da me l'oblio; di tempo ne è trascorso, ma nella mente, e ogni attimo è il continuo tonfo d'un dire che tarda, come l'ombra, come tutto.
Ci fù un dì, ma ne interverranno mille a mutarlo, in cui sentii la pelle raggrinzirsi, trasformarsi e svecchiare, fu un giorno lento come mai più, perché altri giorni, uguali, non saranno più possibili.
Ricordo, il rintocco delle 17 e pochi spiccioli di minuti a venire, poi un tonfo, e la deflagrazione fu irreversibile. Era morto, annientato, Giovanni Falcone, e con lui, purtroppo, le sue idee, che idee non furono, ma semplici e sferzati sentimenti. Lì sono nato, e quell'etere rivendico, m'inchiodo al mio rovente davanzale e aspetto e rifletto.
Sono giorni, sono anni, ma cosa importa se il tempo è nozionismo dell'uomo e l'uomo, è risaputo, è evanescente come la rena dei mari. Dal torpore, è riemersa una coscienza, la mia; già questo è un segno...
Manilo Busalacchi
TONFO
Non ricordo oramai, me ne scuso, e avrò a rimproverarmene per quei secoli intrisi di milioni di istanti che separano da me l'oblio; di tempo ne è trascorso, ma nella mente, e ogni attimo è il continuo tonfo d'un dire che tarda, come l'ombra, come tutto.
Ci fù un dì, ma ne interverranno mille a mutarlo, in cui sentii la pelle raggrinzirsi, trasformarsi e svecchiare, fu un giorno lento come mai più, perché altri giorni, uguali, non saranno più possibili.
Ricordo, il rintocco delle 17 e pochi spiccioli di minuti a venire, poi un tonfo, e la deflagrazione fu irreversibile. Era morto, annientato, Giovanni Falcone, e con lui, purtroppo, le sue idee, che idee non furono, ma semplici e sferzati sentimenti. Lì sono nato, e quell'etere rivendico, m'inchiodo al mio rovente davanzale e aspetto e rifletto.
Sono giorni, sono anni, ma cosa importa se il tempo è nozionismo dell'uomo e l'uomo, è risaputo, è evanescente come la rena dei mari. Dal torpore, è riemersa una coscienza, la mia; già questo è un segno...
Manilo Busalacchi
Thursday, May 30, 2002
Sunday, May 12, 2002
(Email a Diario del 12 Maggio 2002)
L'ora di Giovanni Falcone.
Vento. Un alito insistente che sinuoso s'infiltra in ogni dove. E' questo il ricordo, residuo vischioso e continuo logorio. Ero giovane e disincantato e d'un tratto, solo uno, mi sono ritrovato sbalzato e chino, ricurvo nella senilità delle ingenuità. Via Roma, a Palermo, è inesorabilmente uguale a se stessa da quei secoli che transitano per i costumi d'un popolo prime che dalla storia. Non fosse per quell'incedere stolto d'auto, motocicli e corriere stanche, che nel rombo testimoniano l'oggi, si potrebbe apporre l'eterna immagine dello stantio passeggiare di bottegai e casalinghe dalle mani gonfie di borsette ricolme d'ortaggi e d'altro discese dai mercati di Ballarò e della Vucciria, in se scenario, metafora ed emblema di una sicilianità vera.
Avevo appena svoltato, avevo apposto le spalle a quel palazzo delle ferrovie che da sempre è emblema di sogni in partenza e monito d'una realtà contorta che li vuole l'approdo stremato di ogni speranza. Non so perché ero li, ne mai più da li innanzi l'avrei immaginato, stavo semplicemente come mille altre volte, e per milioni d'altri, costeggiando la prima edicola che rasente la strada lambisce ogni passante. Ricordo una voce, ricordo una radio, era una voce concitata che pressappoco recitava "attentato in autostrada, Falcone e i suoi sono rimasti vittime di un attentato".
Quell'aria, quell'alito tiepido, ma con la capacità di bruciar dentro, mi sospesero in un attimo che ancora dura e si rinnova. Sento ancora le ossa riseccarsi, la strada svanire, i ronzii alienarsi e i mie passi che vagano.
No, non capii subito cosa successe, non capii subito perché, non capii e basta, rifiutai, questo si, solo. Avete mai sentito una voce enunciare "messo in croce Gesù", no, non so chi mai l'ha sentito. Mi si consenta l'azzardo, quel giorno per il mio esile essere questo era successo. Falcone, Falcone, Falcone. L'emblema di una speranza, di una possibilità, di un sogno, ultimo e arduo vessillo prima della disfatta.
Ora, infatti, la disfatta; come mai avrei voluto accadesse, a cui mai avrei voluto sopravvivere per raccontarla. Ricordo, purtroppo, voci di campo: "se l'è cercata", o, in quella chiesa di pietra, l'omelia del cardinale: "mentre a Roma si parla Sagunto viene espugnata". No! Roma? Sagunto? Ma cosa dici, a "Roma" egregio cardinale c'eri anche tu, e impassibile discutevi e disertavi, ma nel tuo cuore non c'era "Sagunto", la nostra Palermo, no, e non c'è mai stata.
Un grido, un tentativo d'evasione, le voci, i politici, la gente, le televisioni e i giornali. So solo che oggi porto una traccia che è un solco nell'anima, e, che se solo un respiro mi rimarrà, lì abiterà Falcone perché in lui e con lui viveva Palermo.
Dopo dieci anni, dopo un secolo, ci si prepara a ricompiere l'eccidio, a dilaniare financo il ricordo che in tanti, come in me, è rimasto indelebile. Mafia e mafiosi affrancati, delitti ora quasi divenuti imprese, lo Stato pronto a trattare. I boia che Falcone inchiodò in cella pronti all'uscita perché sta per essere rinnegato è il principio più importante che egli stesso introdusse in materia dell'imputazione delle responsabilità: un mafioso deve essere giudicato in base ai reati diretti e indiretti, dato che ne era il mandante e dato che non poteva che essere consenziente.
Da domani se un boss non ha compiuto direttamente alcun omicidio, o se alcuna responsabilità diretta verrà accertata, avrà la stessa dignità di ogni altro libero cittadino. Che il delitto l'abbia ordinato, e che, insieme a tanti altri, ha tenuto in schiavitù un popolo non ha importanza.
Non ci sto, non posso starci, non posso essere complice dell'eccidio ricompiuto di Giovanni Falcone. Lotterò caro Paese, con l'arma del dialogo, dei sentimenti. Mi opporrò in ogni modo, e in ogni luogo e mai e poi mai farò terrorismo perché voglio,
cara cultura reietta, cara destra insulsa, caro Presidente del consiglio, guardarvi nelle glaciali facce, quando vorrò scatenarvi la forza della ragione, dei ricordi e del sangue che già è colato a fiumi. E noi, caro Paese degli uomini coscienti e di coscienza, facciamola finita con i tiepidi accenti e i toni da talk show.
E' l'ora di Giovanni Falcone, quel momento che nessuno potrà usurpare.
Manilo Busalacchi
L'ora di Giovanni Falcone.
Vento. Un alito insistente che sinuoso s'infiltra in ogni dove. E' questo il ricordo, residuo vischioso e continuo logorio. Ero giovane e disincantato e d'un tratto, solo uno, mi sono ritrovato sbalzato e chino, ricurvo nella senilità delle ingenuità. Via Roma, a Palermo, è inesorabilmente uguale a se stessa da quei secoli che transitano per i costumi d'un popolo prime che dalla storia. Non fosse per quell'incedere stolto d'auto, motocicli e corriere stanche, che nel rombo testimoniano l'oggi, si potrebbe apporre l'eterna immagine dello stantio passeggiare di bottegai e casalinghe dalle mani gonfie di borsette ricolme d'ortaggi e d'altro discese dai mercati di Ballarò e della Vucciria, in se scenario, metafora ed emblema di una sicilianità vera.
Avevo appena svoltato, avevo apposto le spalle a quel palazzo delle ferrovie che da sempre è emblema di sogni in partenza e monito d'una realtà contorta che li vuole l'approdo stremato di ogni speranza. Non so perché ero li, ne mai più da li innanzi l'avrei immaginato, stavo semplicemente come mille altre volte, e per milioni d'altri, costeggiando la prima edicola che rasente la strada lambisce ogni passante. Ricordo una voce, ricordo una radio, era una voce concitata che pressappoco recitava "attentato in autostrada, Falcone e i suoi sono rimasti vittime di un attentato".
Quell'aria, quell'alito tiepido, ma con la capacità di bruciar dentro, mi sospesero in un attimo che ancora dura e si rinnova. Sento ancora le ossa riseccarsi, la strada svanire, i ronzii alienarsi e i mie passi che vagano.
No, non capii subito cosa successe, non capii subito perché, non capii e basta, rifiutai, questo si, solo. Avete mai sentito una voce enunciare "messo in croce Gesù", no, non so chi mai l'ha sentito. Mi si consenta l'azzardo, quel giorno per il mio esile essere questo era successo. Falcone, Falcone, Falcone. L'emblema di una speranza, di una possibilità, di un sogno, ultimo e arduo vessillo prima della disfatta.
Ora, infatti, la disfatta; come mai avrei voluto accadesse, a cui mai avrei voluto sopravvivere per raccontarla. Ricordo, purtroppo, voci di campo: "se l'è cercata", o, in quella chiesa di pietra, l'omelia del cardinale: "mentre a Roma si parla Sagunto viene espugnata". No! Roma? Sagunto? Ma cosa dici, a "Roma" egregio cardinale c'eri anche tu, e impassibile discutevi e disertavi, ma nel tuo cuore non c'era "Sagunto", la nostra Palermo, no, e non c'è mai stata.
Un grido, un tentativo d'evasione, le voci, i politici, la gente, le televisioni e i giornali. So solo che oggi porto una traccia che è un solco nell'anima, e, che se solo un respiro mi rimarrà, lì abiterà Falcone perché in lui e con lui viveva Palermo.
Dopo dieci anni, dopo un secolo, ci si prepara a ricompiere l'eccidio, a dilaniare financo il ricordo che in tanti, come in me, è rimasto indelebile. Mafia e mafiosi affrancati, delitti ora quasi divenuti imprese, lo Stato pronto a trattare. I boia che Falcone inchiodò in cella pronti all'uscita perché sta per essere rinnegato è il principio più importante che egli stesso introdusse in materia dell'imputazione delle responsabilità: un mafioso deve essere giudicato in base ai reati diretti e indiretti, dato che ne era il mandante e dato che non poteva che essere consenziente.
Da domani se un boss non ha compiuto direttamente alcun omicidio, o se alcuna responsabilità diretta verrà accertata, avrà la stessa dignità di ogni altro libero cittadino. Che il delitto l'abbia ordinato, e che, insieme a tanti altri, ha tenuto in schiavitù un popolo non ha importanza.
Non ci sto, non posso starci, non posso essere complice dell'eccidio ricompiuto di Giovanni Falcone. Lotterò caro Paese, con l'arma del dialogo, dei sentimenti. Mi opporrò in ogni modo, e in ogni luogo e mai e poi mai farò terrorismo perché voglio,
cara cultura reietta, cara destra insulsa, caro Presidente del consiglio, guardarvi nelle glaciali facce, quando vorrò scatenarvi la forza della ragione, dei ricordi e del sangue che già è colato a fiumi. E noi, caro Paese degli uomini coscienti e di coscienza, facciamola finita con i tiepidi accenti e i toni da talk show.
E' l'ora di Giovanni Falcone, quel momento che nessuno potrà usurpare.
Manilo Busalacchi
Thursday, September 13, 2001
(Data non indicata – Allegato email 13-9-2001)
TASTI
Tasti, tastiera, un approdo tra le mani che svanisce. Pigi, senti al tatto il vociare vago. Ci sono lettere che compongono parole, consapevoli, vitali, a cui presto un corpo, una mano e una mente che mette in fila assonanti dissolvenze. Prigioniero e chino di una danza che colgo e che mi vede spettatore imbelle, devo poggiare i polsi ed alienarmi, per sentire, per ascoltare quei grafismi. Succede a volte lungo muri svaniti all’indietro dell’auto – la mia? - in corsa, lungo alberi troppo alti per scorgerne le cime, o in luoghi frequentemente troppo diversi. Certe spiagge sabbiose e i suoi bianchi scogli, mi fanno scivolare in me stesso, nel silenzio in cui mi rispecchio troppo, perché spesso disperso. Nei tempi del brulichio, dove nel fermento si compiono le attese dei guru dell’economy, spesso, vengo aggredito da parole cadute giù come da fiordi scoscesi. Li si compie una vita che riporto scura su spazi vuoti, mia, come mio è ciò che ho ereditato e che gelosamente traghettero in avanti a chi ignaro ne accudirà i gemiti.
TASTI
Tasti, tastiera, un approdo tra le mani che svanisce. Pigi, senti al tatto il vociare vago. Ci sono lettere che compongono parole, consapevoli, vitali, a cui presto un corpo, una mano e una mente che mette in fila assonanti dissolvenze. Prigioniero e chino di una danza che colgo e che mi vede spettatore imbelle, devo poggiare i polsi ed alienarmi, per sentire, per ascoltare quei grafismi. Succede a volte lungo muri svaniti all’indietro dell’auto – la mia? - in corsa, lungo alberi troppo alti per scorgerne le cime, o in luoghi frequentemente troppo diversi. Certe spiagge sabbiose e i suoi bianchi scogli, mi fanno scivolare in me stesso, nel silenzio in cui mi rispecchio troppo, perché spesso disperso. Nei tempi del brulichio, dove nel fermento si compiono le attese dei guru dell’economy, spesso, vengo aggredito da parole cadute giù come da fiordi scoscesi. Li si compie una vita che riporto scura su spazi vuoti, mia, come mio è ciò che ho ereditato e che gelosamente traghettero in avanti a chi ignaro ne accudirà i gemiti.
Tuesday, April 24, 2001
Wednesday, April 11, 2001
11 Aprile 2001
Onnisciente
Quest'argine scuro
riapro e rivedo,
l'idea che torna
indoma e foriera
libera il campo
da l'attacco e l'avvio.
Schiudi le dune
ingoia il presente
innalza il gerundio
d'un sarà assente,
é qui, e qui
m'alletta da lontano,
mai onnisciente
mai pago
fondo corte e prigioni
in quest'animo greve.
Segrete reiette
e sbarre zavorre,
basta!
Fardello spazzi,
cogli, ricrei,
io recupero
tutto!
E ancora, e ancora.
Manilo
Onnisciente
Quest'argine scuro
riapro e rivedo,
l'idea che torna
indoma e foriera
libera il campo
da l'attacco e l'avvio.
Schiudi le dune
ingoia il presente
innalza il gerundio
d'un sarà assente,
é qui, e qui
m'alletta da lontano,
mai onnisciente
mai pago
fondo corte e prigioni
in quest'animo greve.
Segrete reiette
e sbarre zavorre,
basta!
Fardello spazzi,
cogli, ricrei,
io recupero
tutto!
E ancora, e ancora.
Manilo
Tuesday, April 10, 2001
Sunday, March 25, 2001
25 marzo 2001
Areale
Via acque
da corpo e fato
liberate tale fardello
che vola, che va e vaga
fluido fui ma d'un dì lontano
aria e polvere di granelli gravano
ora macigni d'ancora su esili chiglie
d'impeto areale leggiadro il pensiero sferza
sogno d'un sogno in un sogno scorgo tele e raggi
e so e già fui e vissi e amai tenue ondivago di echi riflessi
qui o li e attraverso ma perché e per chi?
Manilo
Areale
Via acque
da corpo e fato
liberate tale fardello
che vola, che va e vaga
fluido fui ma d'un dì lontano
aria e polvere di granelli gravano
ora macigni d'ancora su esili chiglie
d'impeto areale leggiadro il pensiero sferza
sogno d'un sogno in un sogno scorgo tele e raggi
e so e già fui e vissi e amai tenue ondivago di echi riflessi
qui o li e attraverso ma perché e per chi?
Manilo
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